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CODICE della strada e BUON SENSO
(clicca
qui per vedere il Titolo V)
Le strade hanno sempre rappresentato il mezzo che
consentiva e facilitava gli scambi, i commerci e le conoscenze reciproche
di modi di vita, abitudini, idee, favorendo una sempre maggiore
integrazione dei popoli.
L’importanza delle grandi vie di comunicazione fu
percepita soprattutto dagli antichi romani, che su di esse fondarono la
loro potenza. Era, infatti, grazie alla perfezione del sistema viario e
alla cura che ad esso dedicava un particolare corpo di responsabili se i
Romani potevano spostare celermente da un capo all'altro dell'Impero le
loro legioni.
Si deve ad Augusto (intorno al 20 d.c.) l'istituzione
di un organismo particolare responsabile per la "cura viarum"; esso fu
affidato ad un particolare corpo di "curatores viarum", costituito da
senatori di rango pretorio, che si dividevano tra loro la responsabilità
di mantenere in perfetta efficienza le principali vie di comunicazione,
provvedendo alla loro manutenzione, alle stazioni di posta, ai cambi di
cavalli necessari per consentire rapide comunicazioni con tutte le
province dell'Impero.
Cambiarono gli Imperatori, ma la struttura voluta da
Augusto durò per secoli poiché i Romani, unico popolo dell'antichità,
avevano compreso che le conquiste territoriali potevano essere mantenute
solo in presenza di un sistema di comunicazioni viarie che rendesse
possibile, tra l'altro, anche l'integrazione dei popoli conquistati.
Di pari passo con lo sviluppo delle vie di
comunicazione, cominciarono, però, a rendersi necessarie le prime misure
pubbliche che consentissero una regolamentazione del traffico sviluppatosi
enormemente, soprattutto nelle vicinanze e all'interno delle grandi
città...
Il traffico nell'antica Roma non aveva nulla da invidiare a quello che
delizia i romani d’oggi.
Scriveva Plinio il Giovane molto tempo dopo Catullo: "quando c'è
qualcosa di bello a Roma, è un caos: tutti parcheggiano il loro cocchio in seconda
o in terza fila e il rito di coloro che hanno acquistato dei cavalli straordinari
che vengono dall’Arabia è sempre quello di
spazientirsi perché l'uomo più anziano con il bastone, a lento passo,
supera quelle bighe o quei carri che sono imbottigliati dal traffico.
A Roma non si vive più e non si circola più.
L'esperienza quotidiana dimostra che dall'epoca di Plinio il giovane (1°secolo d.c.) ad oggi non è cambiato molto.
Già un secolo prima Giulio Cesare aveva posto mano alla
risoluzione dei problemi derivanti dalla viabilità all'interno di Roma.
Le strade erano infatti strette, sterrate e malridotte
anche nei luoghi maggiormente frequentati come il Foro; il traffico di
carri e portantine nel centro della città era costante e caotico; le liti
tra carrettieri e servi per questioni di precedenza o di parcheggio erano
frequentissime; i marciapiedi, che erano notevolmente soprelevati rispetto
al piano stradale, non bastavano a contenere le migliaia di pedoni che
giornalmente li percorrevano; gli attraversamenti delle strade da parte di
pedoni non accompagnati da servi, avevano spesso esito letale.
In tale situazione fu necessario un provvedimento che
in qualche modo disciplinasse i comportamenti di tutti gli utenti delle
vie pubbliche; fu così stabilito che i pedoni potevano attraversare le
strade solo in alcuni punti contrassegnati da precise indicazioni
(normalmente delle grosse pietre); che i carri adibiti a qualunque tipo di
trasporto (derrate, vino, materiale da costruzione, legname, ecc.)
potessero circolare all'interno delle città solo nelle ore notturne, dal
calar del sole all'alba (naturalmente facevano eccezione i carri adibiti
allo spegnimento degli incendi - tra l'altro molto frequenti - o ad altri
servizi pubblici). Di giorno, quindi, potevano circolare solo le
portantine condotte dagli schiavi.
Il provvedimento riuscì a decongestionare il traffico,
ma ebbe come controindicazione di rendere Roma invivibile di notte per il
frastuono dei carri e le liti tra carrettieri e bottegai.
La caduta dell'Impero romano e il conseguente
imbarbarimento dei costumi ebbe riflessi negativi anche sulle vie di
comunicazione che, non più mantenute nelle condizioni ottimali, con il
trascorrere del tempo degradarono fino a trasformarsi in piste appena
accennate che della originaria struttura mantenevano intatti solo i
tracciati.
Solo nei secoli XVIII e XIX si ricominciò a prestare
particolare attenzione alla manutenzione delle vecchie vie di
comunicazione e si iniziò anche a costruirne di nuove, per l'importanza
sempre maggiore che esse assumevano sia per lo sviluppo dei commerci sia
per motivi di ordine militare.
Fu però con l'avvento della motorizzazione,
sviluppatasi enormemente nel XX secolo, che si rese necessario provvedere
ad un completo rifacimento delle vie di comunicazione, strutturandole in
modo da rendere sostenibile un traffico sempre in aumento e costituito
sempre più da mezzi pesanti adibiti al trasporto di merci;
contemporaneamente, si rese necessario provvedere a regolamentarne l'uso,
con l'introduzione di norme di comportamento sempre più dettagliate e
incisive, con le quali rendere meno problematico avventurarsi sulle
strade.
In generale, nella guida esistono vari limiti: quello
inerente alla propria vettura che deve essere tenuta in perfetta
efficienza, quello che consente a ciascuno di guidare in tutta sicurezza e
quei limiti imposti dal codice della strada.
A partire dall'articolo 140, il codice detta regole di
comportamento la cui osservanza dovrebbe essere suggerita più dal
buonsenso che dal timore delle sanzioni conseguenti al mancato rispetto di
esse.
In particolare, ci si riferisce all'obbligo di regolare
la velocità in funzione delle caratteristiche del veicolo che si guida,
del carico che si trasporta, delle caratteristiche delle strade che si
percorrono, delle condizioni atmosferiche che si incontrano lungo il
percorso, ecc.; agli obblighi che riguardano la necessità di mantenere
sempre quelle distanze che consentano di effettuare le manovre necessarie
in condizioni di tutta sicurezza; all'obbligo di diminuire la velocità
nelle curve, quando la visibilità è limitata, nelle forti discese, nelle
ore notturne, di non gareggiare in velocità, di non mantenere una velocità
talmente ridotta da costituire un intralcio o un pericolo, ecc..
Accanto a tali regole comportamentali, la cui
inosservanza determina delle sanzioni pecuniarie, il codice della strada,
all'art. 142, stabilisce i limiti massimi di velocità da osservare sulle
varie tipologie di strade, imponendo, di conseguenza, il divieto di
superarli; stabilisce altresì che nei centri abitati deve essere tenuta
una velocità limitata. Il divieto di superare una determinata velocità è
un obbligo la cui segnalazione, al pari di molte altre, è demandata a
quelli che il Codice definisce "gli enti proprietari della strada".
In Italia, fin dalla fine degli anni '20 (1928 per la
precisione), fu demandato ad una azienda di stato il compito di
modernizzare la rete stradale per adeguarla alle nuove esigenze di
sviluppo del Paese. Tale azienda di stato ha modificato varie volte il suo
nome e, come ANAS, ha operato sull'intero territorio nazionale,
incrementando la rete stradale dagli originari 20.000 km agli oltre 46.000
km in gestione fino alla fine degli anni '90, realizzando, altresì, in
proprio o su concessione, anche migliaia di km di autostrade. Era, fino a
pochi anni fa, "l'ente proprietario delle strade" per eccellenza e ad esso
facevano in pratica riferimento, con tale richiamo, le varie edizioni del
codice della strada.
Quando la gestione e la manutenzione delle principali
vie di comunicazione erano demandate a tale organismo statale, era facile
riscontrare un’uniformità di comportamento e di regolamentazione su tutto
il territorio nazionale; con il trasferimento alle Regioni della gestione
della quasi totalità della rete stradale attuato agli inizi degli anni
2000, sono proliferati a dismisura gli enti proprietari delle strade
(all'ANAS, trasformata in società per azioni e ridimensionata nelle sue
attribuzioni, si sono aggiunte, le regioni, le province, i comuni e gli
svariati enti pubblici e privati costituiti in ambito regionale o
comunale) con conseguente difficoltà di armonizzare le numerose
interpretazioni che sono date ad alcune norme del codice.
Un esempio su tutti: molti enti proprietari di strade
ritengono che la semplice indicazione di centro abitato sia condizione
sufficiente per individuare il limite di velocità da tenere nel centro
abitato stesso, senza alcun obbligo, per essi, di provvedere
all'istallazione del segnale di divieto prescritto dal codice. (Tali enti
non tengono conto che spesso i segnali che indicano il centro abitato sono
istallati tra vari cartelli pubblicitari più o meno abusivi e sono, di
conseguenza, poco visibili). Se vi capiterà di percorrere alcune strade
lombarde, potrete facilmente constatare che nella stessa provincia e lungo
la stessa strada, mentre il comune di Mantova espone il cartello di
divieto di superare i 50 km orari (con la relativa segnalazione della fine
del divieto), il limitrofo comune di Curtatone agisce in modo difforme
indicando solo l'inizio e la fine del centro abitato senza l'apposizione
di nessun segnale di divieto, provvedendo, però, tramite strumentazioni
elettroniche, a multare coloro che superano, in quel tratto, i fatidici 50
km orari. Esempi simili esistono in tutte le regioni d'Italia e casi del
genere si possono osservare anche nei dintorni di Roma.
Una lettura attenta e fatta con spirito critico del
codice della strada, del quale di seguito viene pubblicato uno stralcio
relativo alle norme di comportamento da tenere nella guida e nella stesura
oggi in vigore, pone in evidenza tanti altri casi che potrebbero essere
risolti uniformando, su tutto il territorio dello Stato, i comportamenti
degli enti preposti alla gestione delle strade agevolando, in tal modo,
l'utente nella guida del suo veicolo.
Sandro Bianchi
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